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Rec. a D. Gionta, Epigrafia umanistica a Roma, Messina, Centro Interdipartimentale di studi umanistici, 2005 (Percorsi per i Classici, 9), «Aevum», 82 (2008), 917-920

Rec. a D. Gionta, Epigrafia umanistica a Roma, Messina, Centro Interdipartimentale di studi umanistici, 2005 (Percorsi per i Classici, 9), «Aevum», 82 (2008), 917-920
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  D ANIELA G IONTA ,  Epigrafia umanistica a Roma , Messina, Centro Interdipartimen-tale di studi umanistici, 2005 (Percorsi deiClassici, 9). Un vol. di pp.209 e tav. [XI].La storia dell’epigrafia e la filologia uma-nistica si incontrano tra le carte delle sil-logi epigrafiche allestite tra Quattro e Cin-quecento da personaggi dal profilo ben de-lineato – Poggio, Ciriaco d’Ancona, Feli-ce Feliciano, Andrea Alciato – ma ancheda umanisti di seconda linea, le cui para- bole umane ed intellettuali attendono an-cora di essere adeguatamente approfonditese non del tutto riportate alla luce. Le mo-numentali edizioni del Corpus Inscriptio-num Latinarum a cura di Theodor Momm-sen e delle  Inscriptiones Christianae Ur-bis Romae di Giovan Battista De Rossisondarono a fondo i materiali epigrafici dicui tali manoscritti sono latori, lasciandotuttavia per buona parte in ombra – o trat-tando per sommi capi – le vicende legateai luoghi della loro produzione, alle com-mitenze e ai compilatori. Tali sillogi infat-ti non costituiscono solo cave preziose diinformazioni sulle antichità greche e ro-mane, secondo una prospettiva di indagine prevalentemente archeologica, ma sono an-che i prodotti di un vero e proprio genereletterario dell’Umanesimo e, in quanto ta-li, venno inseriti nella più articolata ricer-ca sulla cultura di quell’età, «evidenzian-do tutte le eventuali intersezioni con gliorientamenti linguistici, filologici e lette-rari» dei loro autori «che erano, allo stes-so tempo, professori, poeti, editori di clas-sici» (p. 8). Sono queste le riflessioni sottese al vo-lume di Daniela Gionta che, scegliendo dimuoversi nel terreno a lei ben noto dellacultura antiquaria del tardo Quattrocento ro-mano, affronta la figura pressoché scono-sciuta di Timoteo Balbani da Lucca e quel-la, certo più familiare ma di fatto del tuttoinedita, di Pietro Sabino. La scoperta dellasilloge epigrafica che Timoteo Balbani com- pilò manu propria a Roma nel 1465 (Fi-renze, Biblioteca Laurenziana, Martelli, 73; per l’autografia della compilazione si veda p. 66) costituisce non solo l’occasione per  presentare una tra le esperienze compilati-ve più abbondanti dell’intero Quattrocento,ma anche per scavare nella biografia del suoautore.L’importanza della silloge (105 iscrizioniche la Gionta offre in un edizione correda-ta di un apparato esegetico essenziale) bal-za subito agli occhi, giacché – fatti salvi icasi di Poggio, di Nicola Signorili e di Ci-riaco d’Ancona – è di fatto la prima nellastoria dell’epigrafia umanistica a dedicareun’attenzione monografica alle iscrizioni ro-mane. Rispetto agli illustri predecessori,inoltre, il Balbani si muove con una certaautonomia, come dimostrano le diverse col-locazioni di tituli già recepiti dalla tradi-zione, nonché la presenza di iscrizioni dicui è il primo testimone quattrocentesco.L’autrice segnala inoltre un gruppo di quat-tordici epigrafi da lei non identificate e che potrebbero costituire, «con la dovuta cau-tela», degli inediti (p. 30). Due rare iscri-zioni cristiane, attribuite dalla tradizione a papa Damaso († 384), impreziosiscono ul-teriormente la raccolta e aprono la stradaall’ipotesi di una sua consultazione da par-te di Bartolomeo Fonzio che, con la stessasequenza e le medesime adnotationes loci ,le avrebbe fatte confluire nel suo zibaldo-ne autografo Oxford, Bodleian Library, Lat.Misc. d. 85: possibilità tutta da dimostraree sulla quale l’autrice promette di tornarein futuro. Dopo aver presentato la peculiare raccol-ta del Balbani che, nonostante la preziositàdelle testimonianze in essa contenute «nonebbe di certo alcuna circolazione» (p. 37),la Gionta procede a delineare la figura delsuo autore partendo da una testimonianzadi prim’ordine, una lettera inviata dal Poli-ziano a Timoteo e al nipote Luiso (Marie- RECENSIONI Aevum, 82 (2008), fasc. 3    ©    2   0   0   8   V   i   t  a  e   P  e  n  s   i  e  r  o   /   P  u   b   b   l   i  c  a  z   i  o  n   i   d  e   l   l   ’   U  n   i  v  e  r  s   i   t   à   C  a   t   t  o   l   i  c  a   d  e   l   S  a  c  r  o   C  u  o  r  e 21_recensioni.qxd 22-12-2008 11:45 Pagina 917  mont, Museé Royal, Aut 570/1) 1 . La Gion-ta ne confuta l’autografia polizianea, resti-tuendola alla mano di Iacopo Modesti daPrato, e ne offre una nuova edizione che,alla luce della scorretta trascrizione effet-tuata dal Battistini nel 1931, si rivela ne-cessaria. La missiva cala Timoteo Balbani,e con lui i fratelli Luiso e Girolamo, nel-l’ambiente curiale di Innocenzo VIII e quin-di nella Roma di fine Quattrocento di «que-gli intellettuali di Curia», come Agostino eRaffaele Maffei, «che nello stesso torno ditempo si erano apertamente schierati a fa-vore dell’Erodiano polizianeo», contro ilnutrito drappello di denigratori che si rac-coglievano intorno alla figura di Alessan-dro Cortesi (p. 53). Ma il Balbani non erasolo un erudito antiquario: la sua plausibi-le identificazione avanzata dalla Gionta nel«Timotheus Lucensis» che copiò e sotto-scrisse un codice latore dei Gesta Alexan-dri Magni di Curzio Rufo (Napoli, Biblio-teca Nazionale Vittorio Emanuele III, ms.IVC 47) permette di guadagnare uno  spe-cimen tardo della sua scrittura libraria e del-le sue qualità di copista 2 . Pietro Sabino è il protagonista della se-conda sezione del volume (  Pietro Sabino ela sua raccolta di iscrizioni , pp. 107-87).Anche in questo caso l’attenzione per la suaraccolta epigrafica si accompagna ad unaminuta ricostruzione della sua biografia, conla presentazione di numerose testimonianzeinedite. Dal Vaticano lat. 2874, codice miscella-neo appartenuto ad Angelo Colocci, emer-ge un manipolo poetico autografo del Sa- bino, come la studiosa dimostra attraversoil confronto con Berlin, Staatsbibliothek,Hamilton 482. I carmina consentono diaprire una finestra sugli anni giovanili(1481-85) dell’umanista laziale mai fino adora oggetto di studi, restituendoci il suo luo-go probabile di nascita, Poggio Mirteto nel-la Sabina, i referenti primari della sua pri-ma formazione intellettuale – Antonio Ame-rino (di certo Antonio Geraldini) e un igno-to Giovanni, siciliano magister rethoricae  – e le prime grandi frequentazioni romane, daGiovanni Argiropulo, a Marcantonio Sabel-lico fino a Giovanbattista Cantalicio. Gra-zie all’identificazione di un epitafio per luitra gli epigrammi di Antonio Mancinelli, neviene inoltre stabilita la data di morte, dacollocarsi «tra la seconda metà del 1499 ela fine del 1502» (p. 140). Il ritratto del Sabino che emerge da que-ste pagine è quello di un umanista tout-court  : professore universitario – anche se isuoi rapporti con la Sapienza paiono piut-tosto discontinui e poco documentati –, egliè a più riprese operativo nell’officina li- braria di Eucario Silber, dando il suo con-tributo ad edizioni importanti come quelladelle Castigationes Plinianae del Barbaro(1492-93) e degli Opera del Campano, cu-rati dall’amico Michele Ferno. È curiosal’attenzione del Sabino per il mondo dellastampa e sorprende leggere, in una letteraal Sabellico, del progetto di una pubblica-zione seriale della sua raccolta di iscrizio-ni, scelta «che fa pure riflettere sulla mo-dernità della concezione di Sabino, che al-le stampe voleva affidare un prodotto a suo parere da allineare per dignità e compiu-tezza a ogni altro testo letterario» (p. 147).Proprio da due lettere al Sabellico si pos-sono trarre utili informazioni sulla gesta-zione dell’imponente silloge sabiniana: l’u-manista si dimostra attento alla tradizioneumanistica a lui precedente, prelevando epi-grafi da Ciriaco d’Ancona e da fra’Gio-condo; è al contempo collettore di iscrizio-ni classiche e paleocristiane, non solo ro-mane e non solo italiche; è infine diligen-te esploratore delle biblioteche dell’Urbe,aprendo la strada ad «un’altra innovativa RECENSIONI 918 1 M. B ATTISTINI ,  Documenti italiani nel Bel- gio , «Giornale storico della letteratura italiana»,97 (1931), 296-317; l’autografia del Polizianonella lettera trovava un appoggio in A. C AMPA -  NA ,  Per il Carteggio del Poliziano , «La Rina-scita», 34 (1943), 460-61 e come autografa ven-ne censita daI. M AÏER  ,  Les manuscrits d’Ange Politien, catalogue descriptif avec 19 documentsinédits en appendice , Genève 1965, 192.Si ve-da anche, per alcune proposte di emendazione altesto, il recentissimo D. S ACRÉ ,  Poliziano’s let-ter to Timoteo and Luigi Balbani from the Col-lection of Autographs in Mariemont, Belgium:three textual notes , «Humanistica Lovaniensia»,56 (2007), 333-35. 2 Il codice è censito da E. C ALDELLI , Copistia Roma nel Quattrocento , Roma 2006, 26, 144,205-06 che, tuttavia, pare non essere a cono-scenza di questa ipotesi di identificazione del co- pista Timotheus Lucensis (noto con questo nomeattraverso il solo codice napoletano sottoscrittoma non datato). 21_recensioni.qxd 22-12-2008 11:45 Pagina 918  esplorazione» sul versante epigrafico, quel-la dei codici antichi (p. 147). Tale ricercadoveva fruttare una silloge unica, con piùdi duecento tituli e destinata all’ampia frui-zione che solo la tipografia poteva garanti-re: tuttavia, forse a causa della sopraggiun-ta morte del suo autore, il progetto non andòin porto. La Gionta offre anche una recensio deisei testimoni noti del corpus sabiniano, ten-tando di chiarire i rapporti tra i codici emettendo mano alla spinosa questione del-le loro appendices , nuclei di epigrafi ag-giunti ai vari corpora e di non sicura attri- buzione. Partendo dalla considerazione chetra i cinque testimoni integri della silloge«nessun codice è copia dell’altro» e che an-zi «in ognuno vengono inseriti o sottratti al-cuni tituli e a livello strutturale i materialirisultano talvolta diversamente collocati», lastudiosa intravvede una «dinamica evoluti-va» nella gestazione dei materiali, che af-fronta attraverso l’esame comparativo nonsolo dei tituli medesimi, ma soprattutto del-le varianti tra le adnotationes locorum del-le iscrizioni ricorrenti in ciascun testimone(pp. 170-71), non sottovalutando nemmenoil corredo iconografico alle epigrafi, che èaccompagnato – peculiarità della silloge sa- biniana – da «accurati reportages delle sce-ne impresse sui bassorilievi», ossia da ve-re e proprie descrizioni iconografiche deimarmi (p. 173). In questo modo prende cor- po l’ipotesi – che, alla luce dei numerosiesempi offerti, risulta piuttosto convincen-te – di una medesima struttura compositivache si articola in cinque diverse fasi reda-zionali e alle quali è verosimilmente da pre-supporre un «antigrafo in progress che l’au-tore andava continuamente elaborando e de-finendo» (p. 186). Prima di concludere vorrei fare alcune piccole osservazioni a margine di questo no-tevole volume. Alla p. 36 la Gionta propo-ne che la adnotatio loci «in ecclesia Sanc-ti Michaellis» del raro elogio di Nereo eAchilleo (così tradita dal Balbani e con mi-nime varianti dal codice Oxoniense del Fon-zio e dal ms. Siena, Bibl. Comunale, C.VIII. 4) possa fare riferimento non tanto al-la chiesetta di S. Michele in Borgo, comelasciava supporre la collocazione del titu-lus di Claudia Omonea ( CIL , VI, 12652)con il quale si accompagna nei codici, quan-to alla chiesetta medievale di S. MicheleArcangelo, non lontano dall’attuale chiesadei martiri Nereo e Achilleo alle Terme diCaracalla. Amio avviso non è da escluder-si nemmeno l’ipotesi che essa sia da met-tere in relazione con l’Oratorio di S. Mi-chele Arcangelo nell’antica Basilica Vatica-na poiché, per la sua ubicazione particola-re, poteva essere considerato un luogo diculto autonomo dal complesso basilicale 3 .Inoltre si tenga presente che l’elogio circo-la sia nella silloge del Balbani, sia in quel-la del Fonzio, in sequenza con un altro car-men Damasi di certo proveniente dalla Ba-silica Vaticana e con altri tituli che, pur nonmuovendo da S. Pietro, procedono dall’a-rea vaticana. Al codice Oxonionense del Fonzio e alsuo apografo Firenze, Bibl. Laur., Ashb.1174 (così secondo la ricostruzione dellastudiosa alle pp. 33-34 che, si ricordi, li evi-denzia in quanto collettori di tituli  presen-ti nella silloge del Balbani e da essa forsederivati) andrebbe segnalato anche il codi-ce Sparrow 2 della Bodleian Library, attri- buito da Albinia de la Mare alla mano delFonzio e del tutto affine al codice Oxo-niense, del quale trasmette gli stessi mate-riali 4 . La lettera del Poliziano ai Balbani, editaalle pp. 43-45, porta la data «Florentiae XII RECENSIONI 919 3 L’oratorio di S. Michele Arcangelo, infatti,non si trovava propriamente nella Basilica Vati-cana, bensì in un nartece che collegava il termi-nus meridionale del transetto alla rotonda di S.Petronilla. Tale luogo di culto doveva godere diuna certa autonomia poiché il canonico PietroMallio nel sec. XII si riferisce ad esso come aduna Basilica vera e propria («Basilica S. Ange-li, quae vocatur Vaticanum»), così come per latradizione dei  Mirabilia Urbis Romae esso spe-cificava «la parte della basilica di S. Pietro cheera detta Vaticano»: P ETRI M ALLII  Descriptio Ba- silicae Vaticanae aucta atque emendata a Ro-mano presbitero , ed. R. V ALENTINI - G. Z UC - CHETTI , Codice topografico della città di Roma ,III, Roma 1946, (Fonti per la storia d’Italia, 90),396 e n. 2; S. D E B LAAUW , Cultus et Decor  , II,Città del Vaticano 1994 (Studi e Testi, 355), tavv.25, 26 n. B7. 4 O.P. K  RISTELLER  ,  Iter Italicum , IV, London-Leiden 1963, 269 indicava il codice come anco-ra appartenente alla collezione privata di JohnSparrow. Devo la comunicazione della nuova col-locazione alla Bodleian Library a Greg Colley. 21_recensioni.qxd 22-12-2008 11:45 Pagina 919  Kal. 1488» con omissione del mese. Se lalettera non è autografa del Poliziano è fa-cile ipotizzare una caduta meccanica e, poi-ché la Gionta dimostra di essere d’accordocon la datazione del Perosa al 21 gennaio1489 secondo lo stile fiorentino (p. 60), si potrebbe utilmente aggiungere la congettu-ra <  Februarias > (eventualmente abbrevvia-ta) al testo. L’affermazione dell’autrice a p.45 per cui la missiva sarebbe «datata 21 di-cembre 1488» è evidentemente un refuso,così come alla p. 149 il terminus ante quem  per il passaggio del codice Carpentras, Bi- bl. Inguimbertine, ms. 607 dalle mani di Ri-nuccio Farnese a quelle del fratello Ales-sandro non sarà «1465» ma «1565». F ABIO D ELLA S CHIAVA M AFFEO G RASSI ,  Il giovane stolto e il gio-vane saggio – Liber formule vite insipi-entis et docti , a cura di G IOVANNA P OLEZ - ZO S USTO ;  Fabelle Hermestes et Anglus ,a cura di R  OSANNA V IRANO M ORA , Mi-lano, Glossa, 2007 (Sapientia, 32). Unvol. di pp. XIV-311. L’edizione aggiunge un importante tasselloalla conoscenza dell’Umanesimo lombardo.Si tratta infatti di tre operette inedite scrit-te da Maffeo Grassi di Vailate, probabil-mente un maestro di scuola di cui sappia-mo poco ma che appare tipico esponente diquella cultura preumanistica settentrionalecaratterizzata dall’attenzione per i temi mo-rali, dalla compresenza di elementi cristia-no-biblici e di riprese dai classici più dif-fusi nella scuola, dal gusto per sentenze e proverbi.Il volume è aperto da una presentazionedi Carla Maria Monti (pp. IX-XIV); se-guono le edizioni rispettivamente del  Liber  (pp. 1-187) a cura di G. Polezzo Susto edelle  fabelle (pp. 189-299) a cura di R. Vi-rano Mora; ogni testo è preceduto da unaintroduzione con nota esplicativa riguar-dante descrizione dei manoscritti (uno per il  Liber  , due per le  fabelle ), fatti fonetici eortografici, criteri di edizione. Chiude il li- bro un  Indice dei personaggi dell’epoca contenente utili informazioni biografiche(pp. 301-11). Indubbiamente le curatrici del-l’edizione hanno aperto una strada di ricer-ca che potrà dare molti frutti. Il volume, in-fatti, si colloca all’interno di una collana ditesti spirituali e il suo principale intento èdi tipo divulgativo: compito efficacementesvolto da una traduzione chiara e tuttaviarispettosa della lettera del testo; tutto ciòappare tanto più apprezzabile se si consi-dera la complessità – talvolta oscurità – chenormalmente mostrano testi mediolatini diarea settentrionale. Un’ulteriore opera di ap- profondimento documentario e filologico potrà consentire di certo un inquadramento più completo sia dell’autore (e di un even-tuale committente) sia del testo, per quan-to attiene ai suoi rapporti con la letteratura padagogica coeva e per le fonti – soprat-tutto bibliche e classiche – che ancora si potranno individuare.Il  Liber formule vite insipientis et docti èconservato – a quanto ne sappiamo – in te-stimone unico nella parte latina del ms. Mi-lano, Bibl. Naz. Braidense, AD XVI 20 (ff.137r-153r) assemblato a Milano nella pri-ma metà del secolo XVda Bartolomeo Sa-chella, maestro di scuola e “frottolista”. L’o- pera presenta una struttura tradizionale intre libri di tre capitoli ciascuno; l’esposi-zione del contenuto è affidata a un dialogo – in realtà più simile a un monologo – chesi svolge tra un maestro,  Prudentius , e undiscepolo, Gliscireus (nome di cui una no-ta marginale propone la seguente etimolo-gia: Gliscireus, id est scire gliscens , cioè“colui che è desideroso di imparare”). L’in-tento pedagogico-catechetico, all’insegnadei principi dell’Umanesimo cristiano, è preminente ed è ben evidenziato, oltre chedai numerosi punti di contatto con frottoledel Sachella dedicate ai vizi e alle virtù (cfr. p. 14), soprattutto dal modello primo del-l’operetta: la  Formula honestae vitae com- posta nel VI secolo dal vescovo Martino diBraga ma attribuita dal Medioevo a Sene-ca. Accanto a questi aspetti più canonici vene sono almeno altri tre, più peculiari, sucui vale la pena di soffermarsi.Innanzitutto la “milanesità”. Il  Liber  ènon solo dedicato all’illustrissimo principeFilippo Maria Visconti Anglo (a cui l’attri- buzione del titolo di  Ianue dominum , insie-me ad altri riferimenti storici contempora-nei, fa pensare a una composizione tra 1440e 1447; cfr. p. 6) ma si propone di secon-darne il generoso progetto educativo a fa-vore dei giovani milanesi e anche dei fore-stieri (cfr. p. 32); inoltre sono frequenti i ri- RECENSIONI 920 21_recensioni.qxd 22-12-2008 11:45 Pagina 920
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